Creature mitologiche: le Arpie

Tramite: O2O 22/03/2018
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Introduzione

Le Arpie, mitologiche creature immaginate nell'antichità con il volto femminile e il corpo di un avvoltoio, furono inviate da Zeus in Tracia per punire la disobbedienza del re Fineo. Nella mitologia greca avevano un aspetto ripugnante ed erano simbolo di malvagità; nella letteratura le ritroviamo in alcuni passaggi dell'Eneide di Virgilio e nella Divina Commedia di Dante.

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L'origine del mito

Nella prima mitologia greca le Arpie, figlie della ninfa Elettra e di Tautamante, avevano un aspetto bellissimo, ma successivamente subirono una metamorfosi divenendo simbolo di malvagità e di bruttezza; tale cambiamento fu una conseguenza della scissione dal mito delle sirene, creature con potere di seduzione, con il corpo di pesce e il volto bellissimo di donna. Le Arpie vengono collocate ad un livello intermedio tra gli dei e gli uomini, ma al contrario degli dei non ricevono alcun culto. A lungo considerate rapitrici di anime (il termine greco arpia deriva proprio dal verbo harpazein, "rapire"), la loro effige veniva talvolta collocata nei cimiteri, su tombe e lapidi, intenta a trasportare l'anima del defunto nell'aldilà.

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I racconti della mitologia greca

Il mito più famoso che riguarda le arpie è legato al re Fineo. Fineo oltre ad essere il re della Tracia, era anche un profeta acclamato e seguito dal popolo. Ma le sue profezie attirarono ben presto le ire di Zeus, che per vendicarsi decise dapprima di accecarlo e poi cinicamente di mettergli a disposizione ogni giorno una tavola imbandita con ogni leccornia, dalla quale però non poté mai assaggiare nulla. Zeus ordinò alle arpie di volare sulla tavola, imbrattare tutto con i loro escrementi e rubare ogni volta tutto il cibo prima che il re potesse toccarlo. Questo tormento finì solo quando giunsero in Tracia gli Argonauti di Giasone. Questi liberarono subito il re profeta dall'incomodo, ma risparmiarono la vita alle arpie, grazie all'intercessione della loro sorella Iride. Fineo, per riconoscenza, si sdebitò rivelando a Giasone come attraversare le rocce del Bosforo. Nel frattempo le arpie, allontanate dalla Tracia trovarono rifugio nelle isole Strofadi dove incontrarono Enea. Secondo Virgilio, l'eroe troiano qui si fermò prima di raggiungere l'Italia, nel corso del suo lungo viaggio. Enea e i suoi soldati approdati sulle coste delle isole Strofadi, trovarono abbondanza di selvaggina e decisero di procurarsi un abbondante pasto prima di ripartire. Ma le arpie che ormai si erano stabilite lì, si infuriarono vedendo la licenza che si erano concessi i soldati sulla loro isola: si fiondarono sul banchetto e scacciarono i troiani. Enei e i suoi soldati nulla poterono contro le mostruose creature volanti e da queste furono costretti a riprendere il mare. Le arpie maledissero Enea e il suo viaggio e profetizzando che avrebbe fondato una città in Italia, gli predissero anche enormi difficoltà e soprattutto dure carestie prima di raggiungere la sua destinazione. Alcune tracce delle arpie si trovano finanche nei gironi infernali della Divina Commedia di Dante Alighieri. Il sommo poeta, infatti, le pone nel tredicesimo canto dell'Inferno, ad infestare la foresta dei suicidi come creature orribili simbolo di eterna malvagità.

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Le arpie nell'etimologia moderna

Il termine arpia viene oggigiorno utilizzato per indicare una donna dalle apparenze innocue, magari anche di brutto aspetto, ma capace di essere acida, malvagia e spregevole. Nell'etimologia moderna il termine pone in risalto la cattiveria a discapito della bruttezza, che passa in secondo piano.

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