Dante Alighieri: le opere

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Introduzione

Quando si parla di letteratura italiana, Dante Alighieri è forse il primo nome che viene in mente.
A buon diritto, dato che non solo scrisse opere di ineffabile bellezza e complessità stilistica, ma ha anche contribuito a spingere perché all'allora lingua volgare - forma arcaica dell'italiano moderno - venisse riconosciuto uno status di pregio, seppur con doverose operazioni di pulizia.
Durante di Alighiero degli Alighieri nasce a Firenze tra maggio e giugno del 1265; è un uomo eclettico: La buona famiglia del padre, gli permette di seguire vari studi, dalla grammatica alla logica, fino anche alla medicina.
È attento alle questioni del suo tempo, soprattutto quelle che muovono Firenze, come l'inimicizia tra Guelfi e Ghibellini, e tra Guelfi bianchi e neri. Parteggiare per i Guelfi bianchi gli costerà l'esilio nel 1302, quando la controparte nera salirà al potere.
Centrale è anche il suo amore per Beatrice, dama di Firenze sposata con Simone Bardi, la di lei morte lascerà in Dante un profondo segno, che si ripercuoterà nella sua letteratura.

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Il Convivio.
Scritto in volgare durante gli anni dell'esilio, formato da quattro trattati, il Convivio è un'opera che raffigura la modernità dell'Alighieri, già attento alla questione della lingua, sperimentata largamente nelle sue opere del periodo stilnovistico; da quello prende in prestito la motivazione per cui l'opera viene scritta: Punto fermo dello stilnovismo era la nobiltà di spirito e non di sangue, raggiungibile attraverso Amore e nell'esercizio della scrittura. Il Convivio è un trattato, un compendio, di scritti antichi, filosofie classiche, ma anche poetiche contemporanee, portate all'attenzione del lettore attraverso un'arguta metafora.
Convivio significa banchetto, un banchetto fatto degli "avanzi" -scritti di autori antichi latini e greci- che vengono accompagnati da portate di "Pane", che altro non sono se non poemetti che Dante scrive ex novo, con l'utilità di facilitare la "digestione" delle portate. Lo stile è semplice, diretto, piano, ma non banale. La metafora ruota tutt'intorno alla divulgazione; già il fatto che sia scritto in volgare rende noto che questa è un'opera per tutti, dotti e non, donne e uomini, ai quali si vuol far conoscere quella che secondo Dante era la scienza ultima: La filosofia, veicolata attraverso la letteratura.
L'idea iniziale prevedeva quindici trattati o capitoli, ma rimane incompleto, fermo a quattro.

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De Vulgari Eloquentia.
Secondo scritto dell'esilio, in latino, è un vero e proprio trattato linguistico, scritto in due libri- dovevano essere quattro-.
Rivolto a studiosi e dotti, tratta della volgare lingua, elenca con dovizia di particolari le lingue del mondo, frammentate dopo Babele, e le lingue della penisola italica.
Dante non parla mai di lingua nazionale, non parla di una lingua che debba unire l'italia -concetto inesistente al tempo- parla invece di come il volgare sia degno di esser usato per trattare temi dotti e alti.
La lingua volgare era un fatto: Il latino non veniva più parlato dagli strati più bassi della popolazione, ed ogni regione parlava un volgare diverso, un dialetto.
Alcuni di questi, secondo Dante, erano del tutto immeritevoli di esser usati in letteratura, alcuni erano troppo duri, altri troppo rozzi, la componente sonora era importante.
Porta come esempio il toscano illustre, con il quale già aveva scritto molte opere e poesie, al quale accosta neologismi da lui stesso creati, francesismi e semplificazioni di forme latine.
La superiorità del volgare sul latino è però visibile solo se si prende il punto di vista della mobilità: Il volgare cambia, si evolve, mentre il latino -come affermava ne Il Convivio- è statico, atemporale, segno di una cultura millenaria e a sua volta statica.
Infine elenca, per punti, come dovrebbe essere il volgare più adatto.

- Illustre: Perfetto e nobilitante;

- cardinale: Punto di riferimento per le parlate municipali;

- aulico: Degno di esser usato nella corte;

- curiale: Degno di esser usato nel tribunale supremo.

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La Monarchia.
Scritto in latino, negli anni dell'esilio, è il solo trattato compiuto di Dante.
Enuncia i principi politici di Dante colpito dall'esilio e dalla guerra tra Guelfi e Ghibellini, tra imperatore e papa. Suddivide le caratteristiche dei due poteri e trova punti comuni su cui i due possono lavorare. Secondo il trattato l'imperatore e il papa sono due autorità che discendono direttamente da Dio. Nel secondo libro viene aperta una discussione sulla sovranità di un potere sull'altro: L'autorità imperiale viene direttamente da Dio o per mediazione del papa? La domanda è retorica e serve ad introdurre il ragionamento che porta Dante ad asserire dell'equilibrio dei due poteri: Entrambi vengono da Dio, senza mediazione, entrambi hanno un scopo, seppur diverso.
L'imperatore deve esser attento alla felicità terrena del popolo mentre il pontefice deve esser attento a quella spirituale, il tutto in uno spirito di mutua collaborazione.

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