Musei Capitolini: 10 opere da non perdere

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Introduzione

Il complesso dei Musei Capitolini è sicuramente uno dei più importanti e rinomati musei di Roma per le straordinarie opere conservate al suo interno. Situato sul Campidoglio, sede dell’edificio comunale della capitale, il museo si compone di due strutture: Palazzo dei Conservatori, più antico, e Palazzo Nuovo. Quest’ultimo fu progettato da Michelangelo Buonarroti, al quale nel 1538 Paolo III affidò anche il rifacimento della piazza sulla quale si affacciano gli edifici disposti a ferro di cavallo.
A partire dal 1471, il museo iniziò ad ospitare le prime collezioni, con la donazione di un gruppo scultoreo in bronzo da parte di papa Sisto IV. Ad oggi il patrimonio dei Musei Capitolini vanta opere che vanno dall’epoca antica al Barocco, passando per il Rinascimento. Essendo piuttosto difficile visitare interamente il museo in un giorno solo, vediamo insieme quali sono le 10 opere da non perdere assolutamente.

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La lupa capitolina

Senza dubbio una delle 10 opere da non perdere dei Musei Capitolini e simbolo della stessa Roma, la lupa capitolina rappresenta la leggenda delle origini della città. La vestale Rea Silvia ebbe due gemelli da Marte, dio della guerra. La giovane venne costretta ad abbandonare i due neonati per volere dello zio, usurpatore del trono etrusco su cui sedeva il padre. I bambini vennero quindi messi in una cesta in balia della corrente del Tevere, sulle cui rive vennero trovati da una lupa che lì allevò. Romolo e Remo, questi i nomi dei due neonati, in seguito gettarono le fondamenta per la creazione della città di Roma. La statua, per quanto antica, non venne costruita in periodo etrusco o immediatamente successivo. Recenti analisi l' attribuiscono all'epoca medievale. I gemelli sono invece un'aggiunta di età rinascimentale. Nonostante tutto, l’opera rimane la più rappresentativa della storia di Roma.

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La statua equestre di Marco Aurelio

La particolarità della statua equestre di Marco Aurelio è la sua unicità: è infatti l’unica statua equestre senza danni mai ritrovata. È anche l’unica che non è mai stata persa fino ad oggi. Infatti si può trovare tutta la sua storia documentata, dalla creazione risalente al 176 d. C. Circa fino al medioevo, quando era custodita al Palazzo Laterano e scampò il destino di molti altri bronzi, che vennero fusi. Marco Aurelio venne infatti erroneamente confuso con Costantino, il primo imperatore cristiano, e per questo conservato. In periodo rinascimentale Michelangelo la fece collocare nella piazza del Campidoglio, dove rimase fino agli anni ’70. A seguito di un attentato venne ritenuto che la statua andasse urgentemente restaurata. Da allora è conservata nei Musei Capitolini, mentre una replica ha preso il suo posto al centro della piazza. La sua bellezza e la sua storia rendono questa scultura una delle 10 opere dei Musei Capitolini da non perdere.

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Statua colossale di Costantino

Datata tra il 313 e il 324 d. C., la statua colossale di Costantino I è sicuramente una delle opere più rappresentative della scultura romana tardo antica. Fu rinvenuta alla base della basilica di Massenzio nel 1486, sotto il papato di Innocenzo VIII. I suoi resti si trovano oggi nei Musei Capitolini, presso il Palazzo dei Conservatori. La statua dalle sorprendenti dimensioni doveva probabilmente rappresentare l'imperatore Costantino I seduto, avvolto nel mantello, con un lungo scettro terminante con una croce nella mano destra. Tra le parti conservate si possono oggi ammirare i due piedi, il ginocchio e il femore destro, il polpaccio sinistro e il braccio e la mano destri. Sicuramente però la testa è la parte più interessante. Ornata da una corona metallica, oggi perduta, questa incarna tutti gli aspetti tipici della ritrattistica romana dell'epoca, caratterizzata da una forte idealizzazione della figura dell'imperatore. Le linee del volto stilizzate e calligrafiche e gli occhi innaturalmente grandi, contribuiscono ad attribuire un'aura di santità e austerità. Quest'opera risente delle prime influenze del cristianesimo e dell'arte provinciale di IV secolo. La sua grandiosità la rende a pieno titolo una delle 10 opere dei Musei Capitolini da non perdere.

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Il Galata morente

Tra le opere conservate ai Musei Capitolini, il Galata morente è sicuramente imperdibile. Si tratta di una copia di età romana. L'originale, in bronzo, era attribuita già in epoca antica ad Epigono, e fu realizzata tra il 230 e il 220 a. C. Assieme al Galata suicida, faceva parte del complesso gruppo scultoreo del Donario di Attalo a Pergamo. L'imponente opera venne realizzata per volere di Attalo I in occasione della sua vittoria sui Galati. Celebre fin dall'antichità, la copia marmorea fu rinvenuta agli inizi del XVII secolo, presso gli scavi di Villa Ludovisi. Si tratta di una scultura ricca di pathos, e proprio per questa fu oggetto di varie riproduzioni anche in epoca moderna. Nel 1797 fu trasferita a Parigi per volere di Napoleone, per poi tornare a Roma nel 1815. La statua rappresenta un guerriero celtico morente, in posizione semisdraiata e completamente nudo, fatta eccezione per la torque, la tradizionale collana dei Celti, intorno al collo. Il volto del Galata è segnato dal dolore della sconfitta, ma mantiene tutta la dignità del guerriero che si è battuto valorosamente. La scultura, di straordinaria bellezza, e connotata dal realismo tipico del così detto patetismo della scuola pergamena.

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La Venere capitolina

Tra le 10 opere più belle custodite nei Musei Capitolini dobbiamo sicuramente inserire la Venere capitolina. Si tratta di una scultura in marmo, copia di un originale greco del II secolo a. C., raffigurante la dea Venere come Venus pudica. Ispirata alla famosa opera di Prassitele, questa statua presenta la divinità nuda che, con atteggiamento pudico, sta chinata su se stessa, intenta a coprirsi con mani e braccia il seno e il pube. In questa versione si è voluta dare una rappresentazione del corpo femminile idealizzata ma comunque realistica. Venere infatti viene ritratta al bagno, in un momento intimo e quotidiano, come una donna comune, mentre i significati sacrali della sua figura sono lasciati in secondo piano. Esistono varie copie della Venere capitolina conservate una al British Museum, una all'Ermitage, una al Louvre e una al museo archeologico del Venafro.

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Lo Spinario

Lo Spinario è una scultura ellenistica che ritrae un giovane seduto intento a rimuoversi una spina dalla pianta del piede. Fa parte di una serie di statue dal soggetto simile, la più importante e antica è custodita nei Musei Capitolini. Realizzata in bronzo, se ne hanno le prime documentazioni nel XII secolo nel palazzo Laterano, nelle quali veniva confuso con una rappresentazione di Priapo. Il bronzo fece nascere in età rinascimentale la leggenda del pastorello. La storia narra di un ragazzo che corse da Vitorchiano fino a Roma per avvertire la città dell’imminente invasione etrusca, ignorando il dolore causatogli da una spina entrata nel piede, estratta solo a messaggio consegnato. Durante il rinascimento venne copiata da molti artisti che crearono intere serie marmoree oggi esposte in tutto il mondo, come gli Uffizi di Firenze e il Louvre.

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Il ritratto di Carlo I d'Angiò

Scolpita nel medioevo, questo ritratto è opera di Arnolfo di Cambio che la realizzò nel 1277 circa sulle sembianze del sovrano Carlo I d’Angiò. La statua rappresenta il sovrano con regale autorità. Sono presenti i simboli di sovranità della corona e dello scettro nella mano destra, nella mano sinistra si suppone invece fosse presente un globo. Il seggio è privo di schienale e presenta protomi leonine sui braccioli. Il volto è chiaramente idealizzato per comunicare la maestosità di Carlo I. Non mancano tuttavia elementi di realismo, come le rughe del volto, che creano forte espressività. La statua dimostra un forte ritorno alla ritrattistica, all'epoca caduta ormai in disuso. Riguardo la locazione originaria della statua, si suppone fosse destinata al Palazzo Senatorio, nella grande aula medioevale. Prima di giungere ai Musei Capitolini l’opera si trovava nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli.

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La testa di Medusa

Restaurata in tempi recenti, la testa di Medusa è un opera attribuita a Gian Lorenzo Bernini. Realizzato in marmo bianco, il busto rappresenta la Gorgone Medusa nel momento in cui viene trasfigurata nel noto mostro per punizione di Atena. Si possono notare infatti sulla sommità della testa abbondanti ciocche di capelli, mentre il viso è una maschera di orrore e paura. La natura del soggetto la rende una scultura atipica; Bernini interpreta il mito in modo sovversivo, vedendo Atena come eccessivamente zelante mentre la mortale Gorgone come vittima della giustizia trasversale della dea. Il busto viene datato tra il 1644 e il 1648. Nelle intenzioni dell’autore la testa della Medusa rappresenta l’arte scultorea stessa, che come il mostro, pietrifica e ammalia chi la guarda. Per questo è sicuramente una delle 10 opere conservate ai Musei Capitolini da non perdere.

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La Buona ventura

La Buona ventura è una delle due opere di Caravaggio presenti nella pinacoteca dei Musei Capitolini. La scena ritrae un momento particolare, una giovane zingaretta, che col pretesto di leggere la mano ad un giovane signorotto, gli sfila l’anello. L’atto in sé è poco visibile, forse volutamente, ma è stato confermato da studi radiografici condotti a cavallo degli anni ’70 e ’80. L’atto della ragazza è sottolineato dalla potenza espressiva dei soggetti. Lei è ritratta con occhi intelligenti e maliziosi che distraggono il giovane, dall’aria paffuta e ingenua. Le mani della ragazza hanno le unghie sporche, a indicare la sua condizione disagiata in pieno contrasto con quella del nobile. L’opera venne dipinta presumibilmente verso il 1593, quando il giovane Caravaggio era apprendista nella bottega del Cavalier d’Arpino.

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La statua di Marforio

Famosa come una delle statue parlanti di Roma, l'enorme statua di Marforio è ad oggi una delle opere più importanti dei Musei Capitolini. Variamente identificato con Nettuno, Oceano o il Tevere, il Marforio fu rinvenuto nel Foro di Augusto nell'area del tempio di Marte Ultore alla fine del XVI secolo.
Il nome potrebbe derivare sia da una deformazione dal latino dell'area di provenienza dell'opera, chiamata "Marte in foro", sia dal nome della famiglia Marfuoli, che possedeva dei terreni nelle vicinanze. Nel 1588 sotto papa Sisto V venne spostata prima in piazza S. Marco e poi su quella del Campidoglio ad ornamento della fontana di Giacomo della Porta. Nel 1594 un restauro restituì al Marforio il volto completo, e parte della mano sinistra e del piede destro. Spostata nuovamente in occasione dei lavori per la realizzazione di Palazzo Nuovo, fu poi ricollocata definitivamente nel cortile di quest'ultimo dove si può ammirare ancora oggi.

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